Il telemarketing non è morto. È solo fatto male.

Il telemarketing B2B funziona ancora? Sì, se database, script, CRM e passaggio dati sono gestiti con metodo. Ne parliamo con Francesco Maestri.
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Il telemarketing è una di quelle attività che molte aziende dicono di odiare.

Lo odiano quando lo subiscono.
Lo criticano quando ricevono chiamate aggressive, improvvisate, fastidiose.
Lo liquidano come qualcosa di vecchio, superato, quasi appartenente a un’altra epoca.

Eppure, appena si parla di sviluppo commerciale, acquisizione clienti e nuove opportunità, il telemarketing torna sempre.

Perché?

Perché, soprattutto nel B2B, una chiamata fatta bene può ancora aprire porte che altri canali non riescono ad aprire. Può intercettare aziende che non stanno cercando attivamente un fornitore, ma che potrebbero avere un bisogno latente. Può creare una conversazione, raccogliere informazioni, qualificare un contatto e costruire una relazione.

Il punto, però, è proprio questo: il telemarketing funziona solo quando smette di essere “pesca a strascico” e diventa un’attività commerciale strutturata.

Ed è qui che entra in gioco il CRM.

Nel nuovo video del canale Merita ne parlo con Francesco Maestri di Volo Alto, che da anni lavora su campagne di telemarketing B2B e sviluppo commerciale per le aziende.

Il telemarketing non è morto. È morto il telemarketing fatto male

Quando pensiamo al telemarketing, spesso immaginiamo chiamate invadenti, operatori che leggono uno script meccanico, offerte generiche e persone che cercano di vendere qualcosa a tutti i costi.

Quello non è telemarketing professionale.
Quella è interruzione.

Nel B2B, invece, una chiamata può ancora avere senso se viene fatta con un obiettivo diverso: non vendere subito, ma aprire un dialogo.

La differenza è enorme.

Una telefonata commerciale fatta bene non parte da “ti devo convincere”, ma da “voglio capire se ha senso parlare”. Non è un monologo, ma una conversazione. Non serve a forzare una vendita, ma a verificare se esiste un’opportunità reale.

Il telemarketing resta utile quando aiuta l’azienda a raggiungere segmenti di mercato che non arriverebbero spontaneamente tramite inbound marketing, advertising o passaparola.

Ma per farlo bene servono metodo, dati e continuità.

Tutto parte dal database

Il primo grande errore di molte campagne di telemarketing è sottovalutare il database.

Molte aziende vogliono “più clienti”, ma non hanno chiaro chi siano davvero i clienti giusti. Così finiscono per comprare liste generiche, chiamare aziende poco pertinenti e poi concludere che “il telemarketing non funziona”.

In realtà, spesso non è il telemarketing a non funzionare. È il database a essere sbagliato.

Se chiami aziende troppo piccole, troppo grandi, fuori target o non interessate a quel tipo di servizio, il risultato sarà inevitabilmente basso. Non perché la telefonata sia inutile, ma perché stai parlando con le persone sbagliate.

Nel video Francesco usa una metafora molto efficace: se il cliente dice di voler pescare tonni, ma manda il fornitore a pescare in un posto dove ci sono solo sardine, il problema non è il pescatore. È la scelta dello specchio d’acqua.

Prima di chiamare, quindi, bisogna capire bene:

chi sono i clienti ideali;

in quali territori operano;

quali dimensioni hanno;

quali problemi potrebbero avere;

quali fornitori o soluzioni usano già;

quali segnali indicano che potrebbero essere interessati.

Solo dopo ha senso costruire o acquistare un database.

Anche un “no” è un dato prezioso

Uno degli aspetti più sottovalutati del telemarketing è il valore delle informazioni raccolte durante le chiamate.

Molti imprenditori guardano solo agli appuntamenti fissati o alle vendite immediate. È comprensibile: alla fine l’azienda vive di fatturato, non di telefonate.

Però una campagna di telemarketing produce valore anche quando una persona dice “no”.

Perché quel “no” può avere motivazioni molto diverse.

C’è chi non è interessato.
C’è chi non è pronto adesso.
C’è chi ha già un fornitore.
C’è chi deve rivedere il budget a settembre.
C’è chi cambierà responsabile l’anno prossimo.
C’è chi usa un prodotto concorrente.
C’è chi ha un’esigenza, ma non abbastanza urgente.

Se queste informazioni vengono perse, la chiamata è stata quasi inutile.
Se invece vengono registrate nel CRM, diventano patrimonio commerciale.

Un contatto che oggi dice “richiamami a ottobre” non è un contatto morto. È un’opportunità futura. Ma lo diventa solo se qualcuno si ricorda di richiamarlo a ottobre.

E un foglio Excel, da solo, raramente basta.

Perché Excel non è un CRM

Excel è uno strumento straordinario. Le aziende italiane lo usano per tutto: provvigioni, ordini, banche, liste clienti, preventivi, scadenze, report.

Il problema è che Excel non nasce per gestire relazioni commerciali complesse.

Può funzionare quando ci sono pochi record e una sola persona coinvolta. Ma appena aumentano i contatti, le chiamate, gli operatori, i commerciali e le informazioni da passare, Excel mostra tutti i suoi limiti.

Il primo limite è la dispersione dei dati.
Un file viene mandato via mail, qualcuno lo modifica, qualcun altro continua a lavorare su una versione diversa, le note si perdono, le informazioni si duplicano.

Il secondo limite è la mancanza di continuità.
Se un potenziale cliente dice “richiamami tra tre mesi”, dove viene registrata questa informazione? In una cella? In una nota? In un colore? E chi si occuperà davvero di ricordarsene?

Il CRM serve proprio a questo: trasformare una telefonata in memoria organizzata.

Non è solo un archivio. È uno strumento per dare continuità all’azione commerciale.

Il CRM non è controllo. È autocontrollo commerciale

Uno dei motivi per cui molte persone resistono all’uso del CRM è culturale.

Venditori, agenti e operatori spesso lo vivono come uno strumento di controllo. Pensano: “L’azienda vuole vedere quante chiamate faccio”, “mi stanno monitorando”, “mi giudicheranno sui numeri”.

In parte è vero: il CRM rende visibile il lavoro.

Ma il punto più importante è un altro.

Il CRM non serve solo all’azienda per controllare il commerciale. Serve prima di tutto al commerciale per controllare se stesso.

Quante chiamate servono per generare un contatto utile?
Quanti appuntamenti nascono da una campagna?
Quanti appuntamenti diventano preventivi?
Quanti preventivi diventano clienti?
Quali obiezioni tornano più spesso?
Quali segmenti rispondono meglio?
Quali database performano peggio?

Senza dati, queste domande ricevono solo risposte impressionistiche.

Con un CRM alimentato bene, invece, si può ragionare in modo oggettivo.

Lo script deve essere snello e migliorare con il tempo

Nel telemarketing lo script è importante, ma non deve diventare una gabbia.

Uno script efficace non è un copione rigido da leggere parola per parola. È un canovaccio. Serve a presentarsi, spiegare in modo chiaro perché si sta chiamando e aprire una conversazione.

Il problema è che spesso lo script iniziale non è perfetto. E va bene così.

La cosa importante è ascoltare le reazioni.

Se tutti chiedono “in che senso?”, probabilmente il messaggio è troppo generico.
Se appena nomini una parola le persone chiudono la conversazione, forse quella parola attiva un pregiudizio.
Se una domanda genera risposte utili, va valorizzata.

Lo script non nasce perfetto. Si affina chiamata dopo chiamata.

Anche qui, però, il CRM è essenziale: se non registri cosa succede durante le telefonate, non puoi migliorare davvero.

Il passaggio dal telemarketing al commerciale è decisivo

Una campagna di telemarketing non finisce quando viene fissato un appuntamento.

Anzi, spesso è lì che comincia la parte più delicata.

Il passaggio dell’informazione tra chi fa la chiamata e chi gestirà il contatto commerciale è fondamentale. Non basta dire: “Ho fissato un appuntamento”.

Bisogna trasferire il contesto.

La persona era fredda o interessata?
Ha già un fornitore?
Ha parlato in modo informale o istituzionale?
Ha espresso un problema specifico?
Ha detto che sta valutando per il futuro?
Ha dato segnali emotivi importanti?
C’è un’urgenza o solo curiosità?

Queste informazioni fanno la differenza.

Permettono al commerciale di arrivare preparato, evitare ripetizioni, impostare meglio la conversazione e aumentare la probabilità di trasformare un contatto in opportunità.

Se tutto resta nella testa dell’operatore, l’azienda perde valore.
Se tutto viene scritto bene nel CRM, l’azienda costruisce patrimonio commerciale.

Come capire se una campagna di telemarketing funziona

Il telemarketing non è la soluzione a tutto.

Non funziona per ogni prodotto, per ogni mercato e per ogni azienda. Ci sono casi in cui può essere poco adatto, soprattutto quando si vogliono raggiungere interlocutori molto difficili, come amministratori delegati di grandi aziende, passando da centralini complessi e barriere organizzative.

Però prima di dire “non funziona”, bisogna capire dove si rompe il processo.

Le chiamate sono sufficienti?
Il database è corretto?
Lo script è adatto?
Gli incontri sono qualificati?
I commerciali arrivano a preventivo?
I preventivi si trasformano in vendite?
Il ciclo di vendita è più lungo del previsto?

Dire “non abbiamo venduto” non basta.

Magari la campagna ha generato molti incontri, ma il commerciale non è riuscito a chiudere.
Magari gli incontri erano tanti, ma poco qualificati.
Magari il database era sbagliato.
Magari il mercato non era pronto.
Magari il valore non è nella vendita immediata, ma nella costruzione di un database qualificato da coltivare nel tempo.

Il CRM serve proprio a leggere questi passaggi e a capire dove intervenire.

Il futuro del telemarketing tra AI e relazione umana

Oggi si parla sempre più spesso di intelligenza artificiale applicata alla vendita.

Ci sono strumenti che generano lead, scrivono messaggi, creano contenuti, automatizzano follow-up e, sempre più, simulano conversazioni telefoniche.

La domanda è inevitabile: il telemarketing sarà fatto dai robot?

Probabilmente una parte delle attività più ripetitive verrà automatizzata. L’AI potrà aiutare a qualificare lead, raccogliere informazioni, aggiornare note, suggerire priorità e velocizzare alcuni passaggi.

Ma nel B2B la relazione umana resterà centrale.

Perché vendere non significa solo trasferire informazioni. Significa costruire fiducia. Capire il tono dell’altra persona. Leggere segnali deboli. Valutare se c’è apertura. Sapere quando insistere e quando fermarsi.

Una nota generata automaticamente può essere utile, ma non sostituisce del tutto la sensibilità di chi ha parlato davvero con una persona.

Il futuro, probabilmente, non sarà “uomo contro macchina”. Sarà un lavoro commerciale più evoluto, in cui la tecnologia gestisce alcune parti del processo e le persone portano profondità, empatia e giudizio.

Conclusione: il telemarketing funziona quando diventa sistema

Il telemarketing non va idealizzato.
Ma non va nemmeno liquidato come una pratica morta.

Nel B2B può ancora avere un ruolo importante, a patto che venga inserito in una strategia commerciale più ampia e gestito con metodo.

Il punto non è fare più chiamate.
Il punto è fare chiamate migliori, verso le persone giuste, registrando le informazioni giuste e trasformando ogni contatto in un dato utile per il futuro.

Per questo il CRM è così importante.

Perché una telefonata può finire in pochi minuti.
Ma il valore di quella telefonata può durare mesi o anni, se viene registrato, organizzato e usato bene.

Nel video approfondiamo tutti questi aspetti con Francesco Maestri di Volo Alto: database, script, CRM, Excel, KPI, passaggio delle informazioni e futuro del telemarketing nell’era dell’intelligenza artificiale.

Guarda la puntata completa e scopri perché, anche in un mondo sempre più automatizzato, una telefonata fatta bene può ancora fare la differenza.

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