Non chiedere like agli amici

I tuoi Amici Non Sono la Tua Nicchia, evita di chiedergli Like, Commenti e Condivisioni.

Scritto da Giorgio Minguzzi il 19 Ottobre 2020

Sui social, quale post è messo in evidenza lo decide l’algoritmo. Così siamo tentati di chiedere ai nostri amici un “aiutino” per rendere maggiormente visibili i nostri contenuti.
Siamo proprio sicuri che sia la cosa giusta da fare? Lo vedremo in questa puntata.

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Oggi voglio rispondere a una domanda che mi è stata fatta dal alcuni di voi sul canale telegram.

Mi occorre raccontare un piccolo antefatto. La settimana scorsa ho condiviso un post di Ruslan Galba, un marketer che si occupa di tecniche di growth hacking.
Il suo post iniziava con una frase che diceva: i tuoi amici non sono la tua nicchia di mercato.

L’idea era quella di far capire alle persone che chiedere like ai nostri amici, mandare la newsletter, supplicare commenti da parte degli compagni di scuola delle medie o del padrino della prima comunione non ha senso.
Come dicevo ho avuto alcune richieste di approfondimento e ho deciso provare a fare chiarezza.

Come funziona un algoritmo (per grossi capi)

Per capire questi aspetti è però necessario capire come funzionano per sommi capi gli algoritmi alla base dei social network. Cosa vuole ottenere un algoritmo: che le person enon escano dal social network, rimando interessate, soddisfatte, intrattenute dai contenuti che vedono. Non sapere come funzionano queste cose ci impedisce di muoverci efficientemente nel mondo del digital.

Vediamo quindi come un algoritmo scegli un post. Iniziamo da il social per eccellenza, partiamo da facebook.
Facebook ha recentemente annunciato una pulizia del feed delle persone al fine di costringere le aziende a pagare per avere successo con la loro presenza su Facebook.

Il Feed di Facebook nel 2006 era il posto dove rimanere aggiornati e vedere i post dei propri amici. È l’algoritmo che decide quali post vengono visualizzati nei feed ma da allora le decisioni che prende sono molto diverse.
Oggi l’algoritmo mostra il post ad un numero ristretto di tuoi amici. Se questi interagiscono e aumenta l’engagement allora il post verrà mostrato ad altri.

Immaginiamo di avere un 1000 amici. 30 di questi amici vedranno il nostro post. Se interagiscono allora la piattaforma lo mostrerà ad altre persone. Le interazioni possono essere dei play, dei like, delle condivisioni e dei commenti…

Così si sono sviluppate un sacco di tecniche per rendere actionable i post, per invogliare a mettere like, per invitare a commentare che è la forma principale di engagement, quella forse più preziosa. Ma anche a condividere.

A questo punto cosa è venuto in mente alle gente? Di fare dei gruppi con cui chiedere agli amici di mettere like e interagire per creare artificialmente questo “interesse”.

Quanto è facile fregare l’algoritmo?

A parte il fatto che se prendete un contenuto e lo sparate ai vostri amici in un gruppo Whatsapp affinché vadano a mettere like, può essere che l’algoritmo non sia in grado di capire che lo state fregando.

A mio parere se nei primi minuti di vita di un post, un link esterno paracaduta sempre stesse persone a mettere like, potrebbe essere un indizio sospetto volto a evidenziare una pratica manipolatooria messa in campo dall’utente. E se ci arrivo io, immagino che ci arrivino anche quelle centinaia di persone con il PH.D all’MIT che queste piattaforme hanno fra i loro dipendenti, ma non è questo il principale problema. Facciamo finta per un attimo che l’algoritmo non se ne accorga. Cosa accadrebbe?

Se la nostra attività è ristretta al puro piacere personale nel vedersi considerati da amici e parenti come una piccola star dei social, una piccola Kardashan, non c’è problema.
Il problema avviene quando iniziamo a fare così con i contenuti aziendali o quando abbiamo uno scopo economico o lavorativo dietro la nostra presenza sui social.

Immaginate di lanciare una campagna su Facebook, che ne so, volete vendere e avete appena impostato la giusta audience. Immaginiamo di voler raggiungere dei farmacisti: settate tutti i parametri e la lanciate. Appena lanciata la campagna chiamate 30 vostri amici che nulla c’entrano con il settore farmaceutico e gli chiedete di interagire.

All’inizio la sponsorizzata avrà dell’engagement, ma con chi lo avrà? I 20 periti industriali e i 10 meccanici con cui avete fatto amicizia all’istituto tecnico? A questo punto l’algoritmo vorrà raggiungere i farmacisti ma inizierà a cercare dei farmacisti che abbiano anche le caratteristiche dei vostri amici meccanici. L’adv inizierà a non performare bene. State di fatto esponendo persone sbagliate alla vostra proposta. E se cliccano o interagiscono pagate!

Su Linkedin può andare anche peggio

Se pensate a questo su Linkedin con i post del profilo è anche peggio a livello organico. E vi spiego perché.
Immaginate un professionista che investe in content marketing su Linkedin per trovare clienti. Si occupa di un settore specifico e posta su questa nicchia tutti i giorni. Peccato che i suoi contatti siano tutti suoi amici, che nulla hanno a che fare con quella nicchia. Anzi, di quei post non capiscono nulla.

Quindi non interagiscono, non mettono like né commenti. Cosa dovrebbe capire così l’algoritmo? Che i tuoi post non sono interessanti, che non fanno presa su nessuno, che non generano interazione e quindi potenzialmente li fanno vedere al minor numero di persone possibili perché come abbiamo detto prima l’algoritmo cerca i piazzare il contenuto davanti alle persone che potrebbero apprezzarlo, e se ha segnali che gli indicano che il contenuto lo apprezzano le persone sbagliate lui glielo proporrà.

Far iscrivere gli amici alla newsletter può essere controproducente

Nell’email marketing è lo stesso. Che senso ha pagare anche se parliamo di cifre irrisorie, per inviare le proprie newsletter a persone che acconsentono solo per farci un favore personale senza essere interessate in maniera sincera ai contenuti. Non è che poi i sistemi di protezione che scandagliano le gmail dei nostri amici, non vedendo mai lette le nostre email le archiviano poi nelle tab più nascoste, quelle promozionali ad esempio?
Vale la pena appagare il proprio ego sui numeri rischiando di essere penalizzati dal un algoritmo, rendendo la strada per raggiungere chi veramente ci interessa più complicata?
Per me non vale la pena.

Ecco quindi perché ho smesso di farlo e mi è piaciuta la frase di Ruslan Galba quando afferma che i tuoi amici non sono la tua nicchia di mercato.

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Note della puntata

Visto che abbiamo parlato di Linkedin, perché non mi aggiungi ai tuoi contatti? Però presentati! Almeno dimmi che sei un ascoltatore.

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