Public Speaking: sconfiggere l'ansia da power point

Public speaking: come sconfiggere l’ansia gestendo la voce

Scritto da Giorgio Minguzzi il 13 febbraio 2017

La puntata di oggi nasce dalla voglia di vincere una paura che abbiamo in molti: quella che viene salendo i gradini del palco, quella del parlare in pubblico. Mi riferisco quella particolare ansia, se non in certi casi persino terrore, che si può sperimentare dovendo parlare in un teatro pieno di gente, commentando delle slide powerpoint e ogni qualvolta ci sia data la possibilità di presentare qualche cosa ad un pubblico più o meno numeroso.

Lavorando su come migliorare le mie presentazioni avevo letto “Steal the Show” di Michael Port e “TED Talks: The Official TED Guide to Public Speaking” di Chris Anderson avevo notato quanto fossero preziosi i consigli che riguardavano tutto quello che non erano le slide: la postura, la voce, la tonalità, la storia, il rapporto con il pubblico, le cose importanti da dire e quelle da non dire.

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Ora mentre si conosce perfettamente dove reperire consigli e insegnamenti sul come fare delle slide efficaci, non si può dire lo stesso per tutto il resto. Ho così deciso di coinvolgere Chiara per una puntata che abbia voglia di avere come tema principale la gestione della voce, del parlato, nel public speaking.

Per chi non conoscesse Chiara, Chiara Gandolfi è copywriter e speaker pubblicitaria. Ha lavorato per più di 10 anni in radio, poi ha creato Balenalab, il laboratorio di parole quasi palindromo in cui presta la sua voce e le sue parole per raccontare le storie degli altri.

Sei terrorizzato dal parlare in pubblico?

Salire sul palco per fare una presentazione fa paura a tutti, infatti è terrificante. C’è una voce critica dentro di noi che ci dice che non siamo abbastanza. Chiara, come si fa a non dare credito a questa voce, a superare la sindrome dell’impostore?

Anche i grandi oratori avranno avuto una prima volta e immagino che anche loro avranno avuto paura e magari avranno fatto una figuraccia. Tutti noi, siamo terrorizzati dal giudizio degli altri. Abbiamo paura di essere giudicati male, che stiano tutti lì a guardare le nostre imperfezioni che per l’occasione si sono moltiplicate. La buona notizia è che le tecniche del Public Speaking si possono apprendere e con un po’ di esercizio possiamo tutti migliorare.

Qualsiasi persona quando impara qualcosa non è naturale: la prima volta che io ho parlato inglese è stata un disastro, anche la seconda e anche molte altre volte dopo la seconda. Sono 65 anni che cerco di parlare bene l’inglese ma se non mi decido a fare conversazione non lo imparerò mai come si deve!

L’apprendimento richiede la ripetizione: per imparare bene dobbiamo fare, fare, ripetere, ripetere. Bisogna avere un po’ di pazienza, sbagliare, lavorare sugli errori.

Il primo passo è credere nelle nostre capacità. Sembra il new age e lo psicologico ma se ci pensi la radice di questa paura è proprio psicologica: non ci sentiamo abbastanza, c’è carenza di autostima e questo pensiero si alimenta, gli diamo da mangiare sempre nuova paura, tanto da farla diventare gigante dentro di noi. Se continuiamo a ripetere a noi stessi che non ce la faremo mai, che non siamo adatti, che la nostra voce è orribile, che non sappiamo trovare le parole giuste, che quando gesticoliamo sembriamo delle scimmie impazzite è ovvio che avremo molte difficoltà ad arrivare in fondo al nostro intervento. Più pensiamo di essere inadeguati e incapaci più le persone intorno a noi finiranno per pensarlo.

È meglio evitare paragoni con altri professionisti, e ancora di più evitare di paragonare il noi che sta imparando a parlare in pubblico allo speaker navigato.

Cercare di piacere a tutti è irrealistico, cercare di piacere a noi stessi è difficile ma non impossibile.

Il secondo buon pensiero è ammettere di avere paura e darti la possibilità di essere te stesso.

Non c’è nulla di male ad ammettere di aver paura, di essere nervosi o emozionati. Prima con sé stessi e poi, addirittura con chi ci ascolta. L’effetto è positivo perché ammettendo che questa paura esiste, è come se una parte di essa nel momento in cui lo dici uscisse da te. Dirlo ad alta voce, dirlo al pubblico ti mette allo stesso livello dei singoli, vieni percepito come uno di loro, le persone si identificano, possono comprendere le imperfezioni e gli eventuali errori. Ed è realmente così: il pubblico è composto da persone come noi, che hanno anche loro dubbi, paure e incertezze e magari sono meno brave di noi a fare il tiramisù.

Così se prima di cominciare, ti sembra che l’ansia sia ingestibile, svela questa tua debolezza.

Sembra un darsi la zappa sui piedi invece è una delle poche cose che riuscirà a trasformare la paura in coraggio.

Il terzo buon consiglio è “preparati meglio che puoi”

Tutti gli oratori, anche i più bravi, si preparano con anticipo e nel dettaglio. E quindi sfatiamo questo mito che se non hai un talento naturale non puoi parlare in pubblico, ci vogliono studio, lavoro, figuracce. Perché anche per essere carismatici ci si lavora su. La naturalezza si acquisisce, è un processo, come la semplicità.

Non si tratta di imparare tutto a memoria piuttosto si tratta di strutturare bene l’intervento e dividerlo in tre parti: una parte iniziale, una centrale e una finale. Nell’apertura dici la cosa che stai per dire, nel corpo del discorso glielo dici e nella chiusura gli ricordi la cosa che gli hai detto.

Così hai presente il filo logico del discorso e magari puoi aiutarti tenendo sotto mano una scaletta con le parole chiave o gli argomenti che tratterai. In fase di preparazione puoi costruire una mappa mentale che può darti visivamente un’idea del tuo percorso e aiutarti a organizzare bene la struttura.

Serve molto esercitarsi nell’esposizione: di fronte a uno specchio, con qualcuno disposto ad ascoltarci (è qui che si vedono i veri amici), un collega, la fidanzata, il marito, i figli (i figli sono spietati, meglio di no).

Quarta azione buona e giusta: mettiti alla prova ogni volta che puoi

Per superare la paura di parlare in pubblico bisogna parlare in pubblico, non ci sono tante altre alternative! Non è che per iniziare, per rompere il ghiaccio, ti mandiamo subito al TED, ma puoi sfruttare piccoli contesti in cui puoi provare a esporre la tua opinione su temi che conosci o che ti sono cari. Sfrutta ogni occasione per dare il tuo punto di vista: a lavoro come portavoce del tuo team, nelle riunioni di condominio, nel fare una domanda a una conferenza. Tutto serve per iniziare a capire che sensazione provi nel condividere con gli altri le tue idee.

Gestire la voce per parlare in pubblico senza pauraQuinta regola del Fight Club: respira in ogni presentazione il momento terrificante è il minuto prima dell’ingresso. La respirazione può aiutarti: fai respiri ampi che ti aiutino a ridurre lo stress. Non è magia, è scienza, è stato provato che lo stato d’animo influenza il respiro e, viceversa, il modo di respirare influenza lo stato d’animo. La respirazione attiva l’energia che ti serve per concentrarti e per non farti prendere dal panico.

Meglio se questi esercizi di respirazione li inizi a fare qualche giorno prima dell’intervento. Come si respira?

Ogni volta che soffi fuori l’aria immagina di eliminare le cose inutili, le tensioni, i pensieri negativi.

Inspira ed espira lentamente, concentrandoti sull’aria che entra e su quella che esce. Ci si può aiutare con la visualizzazione e immaginare l’aria che entra dal naso e che lentamente riempie i polmoni fino ad arrivare all’addome. Se si affaccia un pensiero, si lascia andare e si ascolta solo il respiro. Poi visualizzala uscire e portarsi con sé tutta questa robaccia che non ti serve più. Sembra una cosa da poco invece questo esercizio semplicissimo aiuta a sentirsi più rilassati. Prima di entrare in scena a teatro, o nelle mie prime trasmissioni in radio mi ci dedicavo. Sembravo la bora di Trieste con tutto questo inspira espira, ma poi funzionava.
Se però devo dire la verità, quando vedo salire sul palco gli altri, mi accorgo anche degli errori che faccio io. E vi è un aspetto alla base di tutti gli errori che si possono commettere durante una presentazione, questo aspetto è legato all’autenticità. È come se tutti fossero impegnati a essere i personaggi che immaginano gli spettatori vogliano vedere sul palco, senza riuscire a essere loro stessi. Come si può riportare l’autenticità all’interno delle nostre presentazioni?

The Second Circle: How to Use Positive Energy for Success in Every Situation - Patsy RodenburgSiamo convinti che parlare in pubblico significhi essere impeccabili e senza sbavature, ma non è così! Al pubblico piace quando riusciamo a trasmettere qualcosa e lo facciamo nel nostro modo. Bisogna essere convinti di quello che diciamo ed essere onesti nel nostro discorso. Quando siamo sinceri e onesti, le persone sono in grado di percepirlo. Si crea un legame tra te e il pubblico che rende la presentazione più autentica ed efficace.

Patsy Rodenburg ha scritto un libro bellissimo che consiglio a tutti di leggere si intitola The Second Circle: How to Use Positive Energy for Success in Every Situation, in cui introduce il concetto di presenza e di secondo cerchio. Si tratta di uno stato, secondo lei, in cui si è attenti e ricettivi e si sa gestire l’energia positiva della connessione, della presenza. Qualcun altro lo chiama carisma. Lei dice che puoi imparare a trovare il tuo carisma. E che chi non è ricettivo, non è flessibile, non è attento a chi ascolta, ha perso il suo carisma, ma può ritrovarlo. Gli aspetti che definiscono la presenza riguardano la postura, il respiro, la voce, la consapevolezza di sé stesso, l’ascolto, il pensare chiaro, la generosità e il coraggio.

L’energia del Second Circle si definisce nella relazione ed è un’energia che si muove in entrambe le direzioni: prende e dà, e ne frattempo ha un impatto immediato sulla realtà.

Essere autentici vuol dire essere credibili. La nostra autenticità non può prescindere da quello che diciamo: se crediamo in quello che stiamo dicendo e se quello che stiamo dicendo è importante per noi, la platea lo capirà e non solo ci sentirà veri ma si sentirà coinvolta perché saremo stati capaci di trasmettere un’idea.

Il Public Speaking è l’esperienza dell’altro. Quello che dici in un tuo articolo di qualche tempo fa è bellissimo (e pure pieno di poesia, in un certo senso). Ci aiuti a fare spazio all’altro nella preparazione delle nostre presentazioni? Cosa ci può aiutare?

Nessun contenuto è tanto importante da dimenticare a chi lo stiamo dicendo.

Se ci accorgessimo che stiamo parlando solo perché ci sono persone che ci ascoltano ed evitassimo di concentrarci esclusivamente sulla nostra ansia, dando attenzione all’Altro che prende parte alla nostra performance, saremmo più contenti di parlare in pubblico e anche più efficaci.

Noi abbiamo in testa l’obiettivo dell’ottenere: vogliamo essere bravi, vogliamo gli applausi, vogliamo fare bella figura, vogliamo ricevere contatti, complimenti.

Ma se pensassimo a “dare” invece che a “ricevere” tutto sarebbe veramente più facile. Io devo farti capire questa cosa, e te lo sto dicendo meglio che posso con tutto l’entusiasmo che posso. Io devo essere contagioso quando parlo in pubblico di una cosa a cui tengo. Non ho il controllo del pubblico ma posso motivarlo, portarlo a capire perché quell’argomento è importante per me. La flessibilità e la capacità di adattamento saranno virtù preziose per entrare in sintonia con il pubblico, essere capaci di “sentire”. Mentre parli infatti trasmetti informazioni alla platea, ma anche la platea ne trasmette a te. Si tratta di informazioni sull’andamento della tua prestazione: applausi, dita nel naso, pisolino, chiacchiericcio, sguardo da pesce lesso, sguardo rapito, sguardo distratto di chi guarda il cellulare ogni 30 secondi.

Alla base dell’atto di parlare in pubblico c’è e ci dovrebbe sempre essere la creazione di una relazione. È questa la differenza tra parlare in pubblico e parlare al pubblico e sta tutta nell’obiettivo che nel caso del parlare al pubblico è comunicare. Ogni volta che parliamo a un pubblico noi mettiamo in comune un’informazione, un’opinione o un’idea che prima apparteneva solo a noi.

Allora se l’obiettivo è comunicare, prima di chiederti come parlare a un pubblico, chiediti come puoi farti capire dal tuo pubblico. Con la semplicità e con una struttura. Usando parole calibrate sul livello di competenze del pubblico, in genere meglio utilizzare parole semplici, frasi brevi. Strutturare senza divagare, ma lasciando alle persone il tempo di capire quello che stai dicendo, non fornendo troppe informazioni, ma poche, selezionate, esposte con chiarezza. Il pubblico è il motivo per cui sei lì e per cui dici quello che stai dicendo. A quel punto e solo a quel punto quello che dirò non sarà più soltanto mio, ma sarà nostro, condiviso.

C’è un fiume di letteratura su come si fanno le slide: no elenchi puntati, non esagerare con il testo… ma pochissimi sulla voce. Come possiamo migliorare questa componente del public speaking?

Innanzitutto prendendo confidenza con la nostra voce: consiglio di registrarsi sempre per capire cosa sentono là fuori di noi. Mentre parliamo, la nostra voce sentita dall’interno è un po’ diversa da quella che sentono gli altri all’esterno. Non possiamo fidarci dell’autoascolto: sentiamo le nostre parole attraverso le ossa della testa, in modo diverso cioè da come vengono recepite dagli altri. Per questo, registrarci può essere utile. Sento molti dire “eh ma la mia voce registrata non mi piace”.

Quella è proprio la tua voce, e qualsiasi voce tu abbia va bene così. Puoi controllarla, puoi guidarla: la tua voce è al servizio delle informazioni e del sentimento che vuoi trasmettere. Fai subito i conti con questo suono che sei tu e prendici confidenza.

Prima dell’intervento sarebbe bene fare qualche esercizio di riscaldamento di tutto il corpo, della voce ed esercizi di respirazione profonda.

Si può lavorare su tre caratteristiche della voce: intonazione, espressione e volume. (la dizione merita considerazioni a parte, può aiutare molto nell’ottica dell’esposizione chiara e gradevole dopo che hai sistemato le basi). Ricerca un narrare espressivo, che sia vario nella frequenza del tono della voce, abbia il giusto ritmo (senza andare troppo veloci – che non si capisce niente – ma nemmeno troppo lenti – che ci si annoia -)  restituendo attraverso le pause e l’intonazione il senso di quello che vuoi trasmettere, ed evitando i toni troppo acuti o troppo gravi. In genere è meglio utilizzare toni caldi e bassi, che risultano all’orecchio umano più autorevoli e piacevoli rispetto a quelli alti che facilmente stridono. È come se avessimo Vittorio Gassman ed Elvis Presley in una squadra e Rosa Russo Jervolino e Luciana Littizzetto in un’altra. Quale squadra ascolteresti parlare con più piacere?

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C’è anche chi sull’urlato c’ha costruito una carriera, come Simona Ventura o Vanna Marchi, ma insomma non è da tutti fare i soldi con questo stile “personale”. E poi c’è chi come Valeria Golino che ha una voce molto bassa e roca e raccoglie i consensi di molti.

Per il volume il mio consiglio è di parlare sempre a voce piuttosto alta, mai dimessa: aiuta immaginare di dover parlare in particolare con la persona più lontana in sala così che tutta la platea sia in grado di ascoltarti chiaramente. Non parlare sottovoce o distrattamente buttando via le parole; al contrario, articolale bene tutte. Se usi il microfono, ricorda che è da tenere vicino alla bocca (sembra una banalità ma quanti lo tengono all’altezza dello stomaco o lo fanno volteggiare con la mano che gesticola?)
Se la sala è piccola il microfono non serve: parlerai a voce un po’ più alta del normale, ma sarà tutto più naturale e con due mani a disposizione puoi gesticolare quanto vuoi.

Ci sono cattive abitudini che si usano in continuazione nel public spaeking, una di queste è rispondere ad un interrogativo del pubblico con “bella domanda”, “ottima domanda”. Se devo essere sincero quando lo dico io mi verrebbe da darmi un morso alla lingua. Oppure rispondere ad una domanda iniziando la frase con un bel “no-virgola”, un bel no secco…aiutaci a evitare le frasi di circostanza più pericolose.

Sarà stata anche una bella domanda ma è meglio andare dritti al punto e rispondere. Parlare con semplicità. A domanda rispondi. Togli tutto quello che distrae, che è superfluo.

Oppure dillo ma diversamente, giocando con delle iperboli per esempio per introdurre la risposta :“questa stupefacente domanda mi dà la possibilità di dirvi finalmente come si fa a fare…”.

Un’altra possibilità per stare lontani dalle cattive abitudini è quella di far seguire la domanda da un piccolo dialogo tra te e chi ti ha fatto la domanda per saperne di più sul tuo pubblico, per spezzare la formula del tuo intervento, per coinvolgere anche il resto della platea con un breve botta e risposta.

Insieme a “ottima domanda” c’è una serie infinita di parole ponte, tipo “diciamo”, praticamente”, “mmm” “aaaaaaa” che sono delle “non parole”, dei suoni superflui che produciamo per prendere tempo, per pensare, ma spesso risultano sgradevoli, snervanti e distraggono. Meglio una pausa invece di queste parole inutili soprattutto se pensiamo di iniziare con queste espressioni la nostra risposta.

Il finale è una delle parti più sottovalutate da chi prepara una presentazione. Penso sia perché si avvicina la fine del task, “fatto”! Quella slide con scritto grazie è un po’ liberatoria. Ma spesso perdiamo delle occasioni. Come possiamo sfruttare il finale per far diventare veramente la nostra performance indimenticabile?

Del nostro discorso le persone si ricorderanno poche cose, una di queste è la conclusione. Se parlare bene significa in primo luogo farsi capire dal pubblico, concludere bene vuol dire portare dalla tua parte il pubblico che ti ha capito: in quest’ottica è interessante ricapitolare i punti salienti, un ottimo modo per attirare l’attenzione e facilitare il ricordo. Una presentazione memorabile, infatti, è quella che si fa ricordare.

 

La conclusione è anche il momento in cui puoi, se è in linea con la situazione e il tema, mettere un accento sulla parte emozionale del discorso, e dare la stoccata finale per coinvolgere il pubblico.

Poi ci possono essere quelli che chiamerei “gli effetti speciali”: una domanda che incuriosisca e che lasci aperta la possibilità di continuare ad approfondire da soli, una battuta che faccia ridere (solo se è nelle tue corde), riprendere l’aneddoto personale che avevi usato all’inizio del tuo discorso e chiudere il cerchio. Far vedere che c’è stato un percorso. Lasciare il pubblico con un’idea compiuta (quella che abbiamo appena illustrato) e una da compiere (quella che grazie a questo intervento ti ispira nella tua vita) è una buona sensazione da portarsi a casa.

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Note della puntata

Se vuoi conoscere meglio Chiara Gandolfi puoi iniziare dal sito di Balenalab oppure seguirla su Linkedin e Twitter.
Il Libro che ha citato Chiara è di Patsy Rodenburg e si intitola “The Second Circle: How to Use Positive Energy for Success in Every Situation“.
Quelli che ho citato all’inizio della puntata sono:

  • Steal the Show” di Michael Port
  • TED Talks: The Official TED Guide to Public Speaking” di Chris Anderson

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