Food Marketer: chi si occupa nei ristoranti di foo marketing

Digital Food Marketer: scrivere ricette fa rima con markette?

Scritto da Giorgio Minguzzi il 8 maggio 2017

Chi è il digital food marketer? È una figura nuova che un ristoratore deve pensare di assumere oppure può bastare il cameriere che nel tempo libero butta un occhio sui social?
Vogliamo scoprire se il mestiere del food marketer è uguale a quello del food blogger e dei wine blogger. Se il food marketer scrive ricette o se fa markette a raffica fotografando piatti che non esistono per postarli sui social. Oppure se è una nuova professione che può fare la differenza nel rendimento di un’impresa di ristorazione.
Ne parliamo approfonditamente con Nicoletta Polliotto e con Pietro Fruzzetti.

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Qual è lo stato dell’arte della comunicazione delle aziende del food italiano? I ristoranti 170/180.000 aziende in Italia come comunicano? e online?

Nicoletta: Buongiorno a tutti e grazie per l’invito. Penso che gli ascoltatori si ricordino di me perché sono già stata tua ospite qui a Merita BIZ per presentare il libro Ingredienti di Digital Marketing per la Ristorazione (link al website) scritto a 4 mani con Luca Bove. Già allora abbiamo tracciato la situazione della ristorazione italiana per quanto riguarda la comunicazione e la cultura digitale (e imprenditoriale) dei ristoratori. Il panorama era desolante: 30% i ristoranti che avevano rivendicato la scheda Google My business, pochi i ristoratori che hanno compreso l’importanza di associare alla scheda il link al sito web dell’impresa. Siti web poi non parliamone: hanno ancora elementi in Flash, ¾ dei siti web non sono Mobile friendly… oppure sono fatti con lo stampino da pagine gialle o piattaforme affini. Oppure hanno utilizzato un tool editor di website self made: la situazione oltre un anno dopo non è cambiata moltissimo…
Nota che i ristoratori che praticano il fai da te comunicativo, il bricolage della promozione digitale sono poi gli stessi che si inbufaliscono se nonna Gina apre un Home Restaurant. O addirittura imbracciano i forconi se un cliente lascia una recensione negativa…
però nella loro promozione e vendita online regna l’improvvisazione più spudorata!

Ora, io ho speranza e per questo continuo a parlare in giro per seminari… a fare formazione… per esempio ho iniziato un bellissimo progetto con FIPE per formare i funzionari in giro per l’Italia… Io ho molta speranza.

CIBIAMOCI FESTIVAL: digital food marketing

Ma è così necessario per esempio per un piccolo produttore, per un ristorante avere il sito web, curare l’identità aziendale anche digitale? Non basta aprire una pagina Facebook, mi sa che queste sono le domande che vi fanno costantemente i piccoli produttori o no?

Digital food marketing: un evento come CIBIAMOCI è èerfetto per capire questo mondoPietro: Purtroppo non basta aprire una pagina facebook per poter dire di essere visibili online. Facebook è un contenitore e come tale deve avere un contenuto altrimenti è un contenitore vuoto. Molte aziende credono di avere un prodotto di qualità come molti ristoratori credono di avere una cucina eccelsa.
Una delle maggiori difficoltà tuttavia è proprio quello di fare autocritica. E’ necessario trovare un posizionamento diverso sul mercato e magari comunicarlo in modo efficace online ed imparare a raccontarlo. Non voglio parlare di strategia, ma è necessario essere consapevoli che non basta aprire un account social e che avere un’identità digitale è un lavoro a tutti gli effetti. Poi c’è chi ha la capacità di costruirsi un’iimmagine online in modo spontaneo anche magari sviluppandolo attraverso il proprio personal branding. Penso all’azienda Vitivinicola Socci uno dei produttori che parteciperà al Cibiamoci Festival. Nonostante sia una piccola realtà ha saputo raccontare il proprio prodotto, sviluppare un’attività online coerente e metterci la faccia con i componenti della famiglia in particolare Marika Socci. Ecco che questo mix ha portato a raggiungere risultati insperati. ci tengo tuttavia a precisare che questo non è la consuetudine. è molto più facile fallire sui social. Basti pensare alla portata organica di un singolo post pubblicato su una pagina Facebook. Senza una strategia, senza un consulente e senza dei contenuti è molto difficile uscire ed imporsi online.

Non basta far bene da mangiare e avere un buon servizio di accoglienza per avere un ristorante di successo? Come il web può venire in aiuto … per esempio alla trattoria da Peppe che fa da sempre tortelli e pasta fresca in provincia di Bologna?

Acquista il libro: Ingredienti di Digital Marketing per la RistorazioneNicoletta: Non basta più far bene da mangiare e neanche lavorare magistralmente sull’accoglienza. Occorre anche replicare, amplificare quella sensazione così piacevole e gradevole anche prima e dopo… i pasti. Creare una community, coltivare un gruppo di fan innamorati della tua cucina e del tuo brand.
Trasmettere valori e sapere, condividere emozioni con i tuoi lettori/utenti/clienti/futuri clienti. Favorire i commenti e le recensioni. Rispondere alle recensioni. Fornire info su destinazione, territorio, meteo, bollettino dei naviganti, eventi, questioni nutrizionali, novità di settore, ricette. Il ristorante deve diventare un publisher, comunicare, trasmettere, insomma accogliere e ospitare anche virtualmente.
Il “virtuale” poi si è ampliato e ha invaso anche il “reale “ ossia – mi spiego meglio- continui a comunicare e a favorire la condivisione di emozione anche durante i pasti. Pensiamo alla Foodtography di cui abbiamo ampiamente parlato nella puntata dedicata al Food Porn…
Secondo me il ristoratore deve anche sapersi relazionare e nutrire le relazioni online. Più che un fotografo, un copywriter, un editore online o un tecnico SEO deve diventare un maestro di sala… digitale. Tutta questione di Digital PR.

Ecco qui io innesto il concetto di Influencer marketing. L’influencer è colei/colui con il quale il brand interagisce per condividere impressioni, emozioni e valori. L’influencer sarà poi una cassa di risonanza. Ma ho come l’impressione che dopo ritorneremo su questo tema.

Fare un logo o declinare l’identità di un piccolo produttore non è troppo? Non è un approccio più adatto alle grandi aziende che a una piccola impresa conduzione familiare come il ristorante?

Chi è il digital food marketer?Nicoletta: Hai toccato un nervo scoperto in tutti i sensi… diciamo che è il tipo di servizio sul quale io sto insistendo proprio in questo periodo e del quale i ristoratori sono meno coscienti e di cui necessitano maggiormente.

Diciamo che in questo momento il ristorante deve possedere un sito web mobile friendly, in responsive web design, comunicare bene e possibilmente con un blog e con un buon progetto di strategia sul Social network aziendale, avere un piano di local marketing, probabilmente valutare un progetto di advertising ben studiato… ma del doman non v’è certezza.

Si sposterà tutto sulle Chat? Le ricette le racconteremo su Snapchat? Lo chef avrà una webcam collegata alla Toque blanche e parlerà solo attraverso il video ai suoi ospiti? Gli ordini: via ChatBOT (che faranno anche Customer Service e in tempo reale e gestiranno le recensioni)? Il food delivery sarà consegnato da droni e in alcuni casi da Robot? Non lo so! Solo Philip K. Dick lo può sapere… o Asimov.

Ma una cosa è certa: sarà sempre necessario lavorare, esaltare, raccontare la propria identità, la propria unicità e distinguibilità. Insomma non morirà mai la vecchia valida teoria della USP, dovrò sempre progettare un logo e scegliere colori e individuale un manuale di stile che tutti dovranno seguire macchine o Human!
Non so tu che ne dici Pietro?

Pietro: Penso che mai quanto oggi sia necessaria avere una comunicazione coerente ed efficace. L’efficacia viene meno quando non c’è un’idea a monte, una strategia, un posizionamento diverso sul mercato. Quasi sempre si parla di Restyling. Non è facile riscontrare produttori e ristoratori che in fase di startup si rendano conto di quanto sia importante partire con il piede giusto fin da subito con una strategia di branding. Tutti cercano di imitare i Big, i grandi Brand, ma dietro ad una comunicazione efficace c’è un importante analisi e studio del mercato.
Ci sono le ondate di Ristoranti Thai e di produttori Bio, ma mi chiedo non possiamo anche provare a creare qualcosa di diverso, qualcosa che non c’è? Spesso si pensa che replicare un business che funziona sia la cosa più semplice ma è una strategia a breve termine. Credo che per guardare al lungo termine sia necessario avere un proprio posizionamento sul mercato.

Food Digital Marketing

Quanto l’immagine è importante per il sito web o la comunicazione sui social di un ristorante? Insomma uno scatto fotografico del cibo può far vendere di più?

Nicoletta PolliottoNicoletta: Come accennavo già abbiamo parlato di Food Porn (link alla puntata precedente) l’immagine è veloce, descrittiva, evocativa, rende suggestionabili e fa scattare il nostro sistema di risposta limbico… insomma ci aiuta a far produrre un po’ di Dopamina… L’immagine del food evoca sapori profumi ed esperienze sonore e tattili… tutte quelle emozioni che non possiamo provare visitando il sito web di un ristorante non credi? L’immagine fotografica rassicura più di mille descrizioni. eccola è questo il piatto, lo vedi, ti piace?
Non per nulla si inizia sempre di più a utilizzare anche nel Menu (strumento di vendita dei piatti) che in occidente è sempre stato per tradizione scritto e senza fronzoli visuali.

Oggi con una buona immagine, un nome di piatto semplice ma incisivo e gli ingredienti (occhio agli allergeni perchè in Italia c’è una legge molto chiara in merito) un po’ come sinora abbiamo visto fare soltanto nella cucina cinese od orientale risultiamo molto convincenti e possiamo addirittura migliorare le vendite.
Online poi è diventato decisamente indispensabile.
Ma penso anche ai menù board che non solo da mac donald’s sono diventati digitali, animati, aggiornabili quotidianamente…
Poi presto il visual marketing si evolverà soprattutto verso il video (una recente analisi di Cisco prevede che coprirà l’80 % del traffico web entro il 2019).

Food marketer: chi fa il marketing del ristorante?

Video marketing: nessuno ha pensato a fare delle video ricette o dei video consigli gastronomici? Bisognerebbe pensarci? e come fare a produrre risorse di buona qualità?

Pietro: Ne abbiamo sentite di tutti i colori in questi primi mesi. Il 2017 è l’anno dei Video oppure, che dobbiamo fare un video al giorno. Comincio con dire che non è obbligatorio fare video anche se la comunicazione in questo momento verte su quella strada, soprattutto se non si ha né le capacità né la consapevoleza di cosa è corretto fare e cosa interessa agli utenti. Attenzione, non parlo di attrezzatura e di tecnica. Quella la lascio a chi deve vendere il servizio di videomaking. Parlo di idea creativa. Oggi quando si parla di video si pensa che sia necessaria la migliore attrezzatura quando invece spesso e volentieri è la spontaneità e l’attualità di linguaggio e di racconto che diventa vincente. Poi non necessariamente dobbiamo rincorrere il video virale, divertente! Possiamo anche concentrarci su fare un video informativo, ad esempio penso ad Orogel marchio di prodotti surgelati che ha collaborato con il divulgatore scientifico Marco Bianchi uno dei massimi esperti del mangiar sano il quale ha risposto alle domande dei consumatori rispondendo alle richieste di informazioni tecniche sulla surgelazione dei prodotti alimentari. Ciò che secondo me dobbiamo prendere in considerazione è proprio quello di ribaltare la telecamera. Fare meno video autoreferenziali appunto e dedicarsi a video che raccontino di te in modo totalmente autentico.
Uno dei consigli che ho dato al Cibiamoci Tour dello scorso marzo è di fare un racconto autentico e spontaneo e non autoreferenziale. Ci sono tantissime video ricette di chef, quindi la comunicazione sul racconto della coppia di che si siede al tavolo assaggia il piatto e se ne innamora. Una comunicazione orizzontale sicuramente più efficace del classico showcooking in video.

Mi pare sosteniate che occorre proporre una nuova figura: il food marketer. Ma non bastavano il food blogger e il giornalista alimentare?

Foodporn: la chiave di ricerca del marketing per la ristorazioneNicoletta: Come sempre sostengo, i confini e le etichette non funzionano più come un tempo. Tuttavia a fianco di una sempre maggiore esigenza di visione strategia a tutto tondo, il comunicatore necessita anche di una forte specializzazione, di una verticalizzazione.
Nell’era in cui si parla – e si deve parlare – di brand journalism, di native advertising e di marchi che ormai sono dei veri e propri publisher, arroccarsi su queste posizioni è giurassico.. Per questo mi viene da sorridere quando ancora si parla di Blogger Vs Giornalista. Piuttosto che di informazione “neutrale” Vs “marchetta”.
Ne ho parlato in un intervento durante la seconda edizione del Festival del Giornalismo Alimentare, svoltosi a febbraio a Torino.
Nel mio stesso intervento, in modo apparentemente paradossale, sostenevo che nell’ambito di promozione e comunicazione alimentare abbiamo bisogno di una maggiore profilazione delle professioni e delle professionalità. A mio avviso gli ambiti di competenza sono convergenti (online/offline, comunicazione/pubblicità, brand/editori) ma le specializzazioni sempre più da raffinare (content strategist, blogger, social media specialist, community manager, adv consultant, SEO specialist, web designer, fotografo, videomaker).
La commistione di strumenti e media non implica la tuttologia, anzi! Ce lo insegna il mondo anglosassone.
Sulla definizione di giornalista enogastronomico siamo tutti d’accordo.
Il blogger gestisce un blog verticale di ricette, cucina o di un settore specifico dell’eno-gastronomia.
Il Food marketer è il consulente e progettista che segue la comunicazione di un brand del food o della ristorazione, delineandone linee strategiche, codice di stile comunicativo, piano editoriale, definendo con il cliente: target, obiettivi e metriche di analisi di risultati. Non dimentichiamoci che deve definire le linee guida del brand listening e monitoring.

Adoro il giornalista alimentare che fa un report sulla contraffazione alimentare o sull’etichettatura dei prodotti. Mi piacciono da pazzi i food blogger quando raccontano ricette ed emozioni gastronomiche. Leggo con piacere le critiche di certi gastronomi come Visintin.
Ma per cortesia non affiderei mai un progetto di comunicazione digitale a un food blogger (qui ci va un food marketer no?)

Trovo invece superata la visione del giornalista come paladino della giustizia perché ha un codice deontologico e quella del food blogger come dilettante allo sbaraglio in vendita per 2 pacchi di biscotti e una pizza napoletana. Ritengo sia una visione surreale. E Report qualche settimana fa non ha restituito un’analisi approfondita, mescolando influencer con testimonial, recensioni con blogpost. Ma sicuramente su questo ci torniamo vero?

Il food marketer deve creare strumenti, tessere strategie, fare il progettista e il consulente. Ma anche affiancare, sostenere e guidare lo staff per produrre contenuti e immagini fotografiche adatte alla comunicazione, in real time, senz’altro.

Fotografie dei piatti sì o no? Alcuni ristoranti requisiscono i cellulari ai clienti come a scuola… perché secondo voi?

Non abbiamo il wifi parlate fra di voiPietro: Lo ammetto sono un feticista del piatto. Adoro gli impiattamenti fatti con stile minimali e sono un utilizzatore dell’hashtag Foodporn, quindi senza cellulare potrei non riuscire a mangiare. A parte gli scherzi alcuni requisiscono i cellulari più per paura delle recensioni negative che per le foto dei piatti in sé. Qualcuno ha definito le fotografie ai piatti “belle senz’anima” e qualcun altro ha proibito gli smartphone perché una persona ha filmato il ristorante facendo commenti infelici sugli ospiti. Credo che non sia lo smartphone il problema ma gli utilizzatori. Personalmente penso che questo sia un trend in grande crescita e che vada cavalcato e non bloccato. l’anno scorso a cibiamoci tour il workshop sulla foodphotography è stato quello più seguito merito sicuramente anche della relatrice Vatinee Suvimol di Ifood ma anche dell’argomento che è attualissimo ed è assolutamente attualissimo. I ristoratori dovrebbero fare corsi nelle loro strutture di food photography, potrebbe essere un buon modo per fidelizzare i clienti, insegnare loro a fare fotografie e sfruttare le loro foto per essere ancor più visibili non censurarle!
La fotografia del piatto, se ben fatta, per i ristoratori è una freccia al loro arco, soprattutto se condivisa sui social e raccontata con coerenza. In questo senso invito sempre i ristoratori a fare lo sforzo di raccontare il piatto o le materie prime di qualità. Alcune volte non è solo la fotografia ad attirare l’attenzione ma il contenuto del piatto o il piccolo racconto del ristoratore associato al piatto che incanta.

Recensioni: sono tutte negative? Tripadvisor è un nemico da abbattere o un alleato per il ristoratore?

Nicoletta: Riprendo un tema che mi è molto caro. Se di influencer vogliamo parlare, i tuoi ospiti o i tuoi contatti sociali possono essere veramente interessanti. Sicuramente parliamo di micro-influencer e di brand ambassador. Penso che il coinvolgimento dell’utente, il confronto con le esperienze di altri clienti sia divenuta una fase del processo di ricerca del cliente e del percorso di scelta del prodotto, lo definirei fase advocate.
Siamo ormai in piena Review Economy e presto prima di comprare qualsiasi prodotto o servizio ne verificheremo star rating e ne leggeremo recensioni. Ma non lo stiamo già facendo su Amazon?

Riprendo un tema che mi è molto caro. Se di influencer vogliamo parlare, i tuoi ospiti o i tuoi contatti sociali possono essere veramente interessanti. Sicuramente parliamo di micro-influencer e di brand ambassador. Penso che il coinvolgimento dell’utente, il confronto con le esperienze di altri clienti sia divenuta una fase del processo di ricerca del cliente e del percorso di scelta del prodotto, lo definirei fase advocate.
Siamo ormai in piena Review Economy e presto prima di comprare qualsiasi prodotto o servizio ne verificheremo star rating e ne leggeremo recensioni. Ma non lo stiamo già facendo su Amazon?

Certo è che funziona moltissimo con gli hotel e ora con i ristoranti.
I punteggi di Tripadvisor a esempio hanno una media piuttosto alta.
Gli italiani danno ai ristoranti italiani un punteggio medio di 4,03.
Gli US ci danno il 4,31 e i Russi ci adorano, dandoci una media del 4,38.
In media complessiva i ristoranti italiani hanno una media su Tripadvisor di 4,06 palle.
(dati interni di TripAdvisor).

Ma se tu ristoratore reclami la scheda e inizi a seguire quello che comunque i tuoi ospiti raccontano di te, ti si apre un mondo. Sia in termine di ascolto della tua Audience, perchè tu non puoi intervistare tutti i tuoi clienti mentre sono al ristorante, sia in termini di potenzialità di visibilità che la piattaforma ti offre.
Se poi rispondi alle recensioni, la tua scheda aumenta popolarità e migliorano anche le performance di vendita.

Le recensioni false (Report docet) sono soprattutto colpa di ristoranti che cedono alle lusinghe di truffatori che vendono recensioni positive farlocche. Significa diventare complici di una truffa. È questo l’imprenditore ristorativo che volete essere?

Ma allora perché tutta questa rabbia? Sarebbe come schiaffeggiare il prete a cui stai confessando i tuoi peccati. O accusare il commerciante che ha esposto in modo troppo accattivante la merce quando subisce un furto!

Recensioni anche su Facebook per i ristoranti

Se hai reclamato la tua scheda puoi denunciare una recensione falsa dimostrando che l’utente non è mai stato tuo cliente.
Se una recensione è offensiva puoi richiedere sia allo scrivente sia a Tripadvisor la rimozione.
Se una recensione è negativa e il tuo cliente ha ragione, puoi leggerla, imparare dal feedback del tuo ospite e migliorare il tuo servizio. Al contempo rispondere educatamente e guadagnarti la fiducia di 3000/4000 e anche più lettori che ogni mese leggono le tue recensioni per decidere se sei un ristoratore ospitale.

Certo la questione dell’anonimato del cliente non aiuta. Pensiamo però al fatto che questa piattaforma è nata oltre 10 anni fa e che tutti comunicavamo con nick name e pseudonimi… non eravamo ancora Travolti dalla follia collettiva dell’era dei social che ormai ha contagiato chiunque. Tornare sui suoi passi ora sarebbe ritengo assai costoso per una piattaforma quale TripAdvisor.

Comunque è limitante parlare solo di TripAdvisor.
Su Google My Business e Google map ormai le recensioni primeggiano.
Su Facebook il box delle review viene mostrato in pole position…
e via discorrendo…
Le recensioni ci circondano e ci influenzano soprattutto su un’esperienza così legata ai sensi e alle emozioni.

Come è nata l’idea di organizzare un evento totalmente dedicato al marketing e al digitale declinato nel Food? Cosa ci racconterete di Cibiamoci festival?

Pietro: Cibiamoci Festival è un evento di Digital Marketing declinato su tre percorsi formativi, Food, Wine e Restaurant! È un evento verticale ed unico nel suo genere perché ci sarà la possibilità di formarsi e di sfamarsi. Formazione perché ci saranno 18 relatori suddivisi nei tre percorsi e perché ci sarà la possibilità di degustare prodotti molto particolari di aziende in fase di startup o con una bella storia da raccontare.
Per saperne di più ti consiglio di guardare il programma.

Oltre ai Foodblogger adesso stanno acquisendo visibilità anche i WineBlogger. In quale modo possono supportare i piccoli produttori?

Pietro: Guarda, ci sono wineblogger molto seguiti, penso a Francesco Saverio Russo ad esempio di Wine Blog Roll che hanno una certa influenza nel mondo Wine e Ci sono realtà con produzione di vino in cerca di visibilità.
Se ci mettiamo che gli ultimi dati sul consumo di vino dal Wine Market Council, sono che i Millennials sono coloro che hanno in questo momento sono coloro che hanno maggior capacità di spesa e una maggiore cultura del vino e che questi gravitano sui social e accedono ai siti internet per approfondire la conoscenza tirando le somme siamo in grado di comprendere il perché è molto importante entrare in connessione con i Blogger del vino.
Questi elementi hanno portato cantine ad avere molta attenzione nei confronti dell’online, tuttavia come per il mondo dei foodblogger anche in questo caso si celano personaggi misteriosi che non hanno molto seguito e che sfruttano l’incapacità da parte del produttore di misurarne la capacità di generare visibilità, e creano contenuti di dubbio valore non edificanti per il Brand. Se poi consideriamo che in Italia non c’è una regolamentazione (come quella della Federal Trade Commission negli Stati Uniti) che impone al blogger di dichiarare se un contenuto è stato pagato dall’azienda oggetto del post, possiamo dire che la collaborazione con i wine blogger deve necessariamente prevedere un’attenta analisi su chi può ed è in grado di dare un valore al nostro prodotto e raccontarlo in modo coerente.
C’è da considerare anche una recente disaffezione al Brand nel settore wine a favore di una ricerca del prodotto non solo per gusto ma per etichetta, per storia per produzione o per packaging.

Vi faccio una domanda da lettore, come facciamo a sapere che i wine blogger sono sinceri? Dove è l’etica in questo mondo? Mi pagano e scrivo che il vino è una meraviglia? Come evidenziato che mi hanno pagato? E che magari non mi hanno pagato in nero…

Nicoletta: Fashion blogger, food blogger o wine blogger non c’è differenza direi. Quando un blogger fa una recensione o racconta una ricetta parlando di un prodotto lo fa raccontando che è stato ospite di una struttura piuttosto che in visita o in tour in un territorio. Non nasconde in alcun modo che è un “publiredazionale” un racconto di un prodotto che un brand gli ha fatto assaggiare.
L’autorevolezza, la fiducia, la sua personal brand loyalty se l’è costruita con anni di studio, fatica, lavoro.
Il lettore sa quello che sta leggendo. Il lettore è capace di intendere e di volere.

Ricordiamoci che è lo stesso lettore che può essere sottoposto a trasmissioni televisive, telegiornali, programmi che lo bombardano giornalmente su certi temi e magari instillandogli la paura o il timore o la convinzione verso un certo sentimento o creando una sovrastruttura di pensieri che gli vengono consegnati e che l’ascoltatore digerisce o per contro combatte, rifugge, discute, critica.
A volte una notizia vera celata, sovra-esposta, evidenziata e ingigantita, raccontata a bocconi, decontestualizzata può essere peggio di una fake news … o no?
Certo io chiedo a tutti i blogger di scrivere “sponsored” a fianco degli articoli che parlano di un brand o che sono commissionati. Così è tutto più trasparente e autentico.

E a proposito di autenticità noi vi aspettiamo a Pistoia il 16 maggio per un percorso di confronto e di formazione veramente intrigante. Ci vediamo lì, nella città della cultura 2017, per scoprire come si è evoluta la cultura del cibo in Italia.

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Note della puntata

Ecco un po’ di link che riguardano Nicoletta Polliotto:

Il libro scritto da Nicoletta Polliotto e Luca Bove dal titolo “Ingredienti di digital marketing per la ristorazione” lo potete acquistare su Amazon.

Le puntate in cui è già apparsa Nicoletta sono la puntata dal titolo “Come pubblicizzare un ristorante: Digital Marketing nel mondo della ristorazione” e la puntata dal titolo “FOODPORN: tutto quello che dovete sapere su uno degli hashtag più utilizzati“.

Mentre Pietro Fruzzetti lo potete trovare attraverso il suo sito: PietroFruzzetti.com.
Il sito del Cibiamoci Festival è ovviamente festival.cibiamoci.it.

Commenti

1 commento a “Digital Food Marketer: scrivere ricette fa rima con markette?”

  1. Monia Taglienti ha detto:

    Nicoletta, Pietro e Mariachiara sono due colonne portanti del Food Marketing in Italia. Molto interessante il podcast, ma questo c’era da aspettarselo.

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